Ci sono scienziati che si ricordano per le loro pubblicazioni e altri per le istituzioni che hanno costruito. Più raramente se ne incontrano alcuni che hanno lasciato un segno soprattutto perché hanno saputo riconoscere il futuro prima che diventasse evidente agli altri. Livia Pirocchi Tonolli apparteneva a questa categoria.
Idrobiologa di grande prestigio, direttrice dell’Istituto Italiano di Idrobiologia di Pallanza fino alla sua scomparsa nel 1985, guidò l’Istituto in anni di profonda trasformazione della ricerca scientifica. Lo fece con autorevolezza, talvolta con fermezza, ma sempre con una visione che andava oltre gli schemi consolidati.
La conobbi nella seconda metà degli anni Sessanta all’Università Statale di Milano, dove seguii il suo corso di Idrobiologia. Il testo di riferimento era Principi di Limnologia, l’opera di Vittorio Tonolli, suo marito e fondatore della moderna limnologia italiana. Pur essendo già orientato verso la biometria e la modellizzazione quantitativa, trovai le lezioni di Livia estremamente stimolanti. Dietro la descrizione degli ecosistemi lacustri emergeva una concezione della natura come sistema dinamico, nel quale osservazione, misura e interpretazione scientifica erano inseparabili.
La mia attività di ricerca prese poi una strada diversa. A Ispra, nei laboratori della Comunità Europea, lavoravo sul metabolismo dello zinco nei pesci d’acqua dolce utilizzando traccianti radioattivi. Fu lì che incontrai Riccardo de Bernardi, allora giovane limnologo destinato poco dopo a trasferirsi all’Istituto di Pallanza.
Fu proprio attraverso Riccardo che ritrovai Livia Tonolli. Nel frattempo lavoravo con Giulio Di Cola, brillante matematico numerico convinto che i metodi quantitativi avrebbero trasformato lo studio dei sistemi biologici. L’idea era semplice solo in apparenza: utilizzare modelli matematici per descrivere ecosistemi complessi e, partendo dai dati sperimentali, stimarne i parametri e verificarne la capacità interpretativa. Oggi parleremmo naturalmente di identificazione dei modelli o di problema inverso; allora era un approccio quasi pionieristico.
Molti guardavano con diffidenza all’ingresso della matematica e dell’informatica nella ricerca ecologica. Livia, invece, comprese immediatamente le potenzialità di quella collaborazione. Pur provenendo dalla grande tradizione della limnologia classica, intuì che la rivoluzione digitale non avrebbe cambiato soltanto gli strumenti della ricerca, ma anche il modo stesso di comprendere gli ecosistemi. Ebbe il coraggio di sostenere idee nuove quando erano ancora minoritarie e di mettere il prestigio dell’Istituto al servizio di un progetto interdisciplinare.
Ricordo con particolare piacere il periodo trascorso nel 1974-75 alla University of Reading, come research fellow presso il Department of Applied Statistics diretto dal professor Robert Curnow. In quei mesi Livia Tonolli, Riccardo de Bernardi e Giulio Di Cola vennero a Reading in occasione di un convegno internazionale dedicato alla qualità delle acque, che la mia memoria colloca nel marzo 1975. Non dispongo oggi della documentazione che confermi quel ricordo, ma ricordo perfettamente le lunghe conversazioni nel campus universitario, il confronto tra discipline diverse e l’entusiasmo con cui Livia incoraggiava una collaborazione destinata a durare molti anni.
Da quell’incontro nacque uno dei periodi scientificamente più fecondi della mia attività. Attorno allo studio dello zooplancton e dell’ecosistema del Lago Maggiore si sviluppò una collaborazione tra Pallanza e Ispra che univa limnologia, statistica, modellistica matematica e informatica. Livia ne fu il punto di equilibrio. Più che dirigere, rendeva possibili le collaborazioni, proteggeva le idee promettenti e sapeva dare fiducia ai ricercatori più giovani.
Non tutti la ricordano allo stesso modo. Dirigere un istituto di ricerca negli anni Settanta significava spesso prendere decisioni difficili e assumersene la responsabilità. Livia esercitò quella responsabilità con determinazione. Col tempo ho imparato a vedere quella fermezza non come un tratto caratteriale, ma come il prezzo inevitabile della leadership scientifica.
Ripensando oggi a quegli anni, ciò che più mi colpisce è la sua capacità di guardare oltre il presente. Molti vedevano nella matematica e nell’informatica strumenti ausiliari della biologia. Lei intuì che sarebbero diventati parte integrante del modo di fare scienza. In questo, forse, risiede la sua eredità meno evidente ma più moderna.
Ricordo ancora i giorni di Reading con una nostalgia serena. Erano anni nei quali sembrava possibile costruire ponti tra discipline lontane, e Livia Tonolli fu una delle persone che resero possibile quel dialogo. Per me rimane l’immagine di una direttrice autorevole, di una scienziata rigorosa e, soprattutto, di una donna che seppe riconoscere il futuro quando era ancora soltanto un’idea.
